di Luca Mazzotta – Psicoterapeuta – Specialista in Psicoterapia Psicoanalitica

Verranno messi in relazione, attraverso questo scritto, alcuni concetti “tradizionali” della letteratura psicoanalitica e la più recente teoria della mentalizzazione. Si noterà come questa possa essere vista come una sistematizzazione, la cui finalità è quella di poter essere meglio studiata attraverso ricerche empiriche, di concetti già ben studiati e osservati clinicamente da molti autori. Ovviamente la letteratura psicoanalitica è vastissima e qui vi è solo un piccolo “campione” di autori i cui scritti possono essere accostati ai successivi lavori di Fonagy e Target.

La nozione di mentalizzazione e funzione riflessiva è già presente nel concetto freudiano di Bindung (Freud, 1911) o legame, ed è riferita al cambiamento qualitativo dell’attività psichica che passa dal piano esperienziale immediato al piano psicologico associativo (mediato), cioè dall’esterno all’interno (mentale).

Ferenczi nei suoi lavori si occupò anche del trauma infantile, evidenziando come durante il trattamento dei pazienti traumatizzati emergessero difficoltà a livello del funzionamento psichico primario con conseguente comparsa di aree di sofferenza “prive di rappresentazione e verbalizzazione”. Sembrerebbe dunque possibile collegare tale descrizione all’assenza della capacità di mentalizzare ed al ritorno di una modalità psichica di equivalenza. Ferenczi inoltre descrisse come il trauma infantile abbia la capacità di sradicare i sentimenti dalle rappresentazioni e dai processi di pensiero; l’aggressore (e l’aggressione) scompare come realtà esterna e l’evento da esterno diviene intrapsichico (Ferenczi, 1932). Anche qui è possibile scorgere l’analogia con il già menzionato meccanismo di scissione tra la modalità dell’equivalenza psichica e quella del far finta in occasione di un trauma: in questo modo è possibile relegare su di un piano totalmente scollegato dalla realtà (e cioè nella modalità del far finta) le rappresentazioni incomprensibili degli stati psichici degli oggetti e degli eventi traumatici.

A questo tema si collega anche il meccanismo di identificazione con l’aggressore ripreso e sviluppato successivamente da Anna Freud, quella particolare difesa per cui introiettando un attributo dell’oggetto fonte di angoscia, il soggetto riesce ad assimilare un’esperienza angosciosa trasformandone la paura in una sensazione di sicurezza, trasformandosi da minacciato in minacciante (Freud A., 1936).

Il concetto di mentalizzazione è strettamente collegato anche alla descrizione della Klein delle posizioni schizo-paranoide e depressiva (Klein, 1935). La posizione depressiva non sarebbe altro che la mentalizzazione sufficientemente acquisita: in questo stato mentale il bambino (così come l’adulto) si sente triste e colpevole per aver ferito l’oggetto. Può dunque provare dolore ed empatizzare con i suoi sentimenti: tutto ciò non sarebbe possibile senza il riconoscimento di un’intenzionalità in se stessi e negli altri. Nella posizione depressiva ci si rende conto che non è possibile cancellare gli “errori” commessi e che, al limite, si può solo cercare di rimediare ad essi. Il bambino comprende che può subire delle perdite ed esserne addolorato. Al contrario, la posizione schizo-paranoide è uno stato non-mentalizzante. In questa posizione il mondo degli altri è diviso chiaramente in quelli che sono odiati e in quelli che sono amati. Sempre nella posizione schizo-paranoide non c’è tempo o spazio per la riflessione: l’azione è tutto. La stessa Klein suggerisce che la posizione depressiva è uno stato della mente più evoluto, sebbene in diversi momenti sia possibile oscillare tra le due posizioni. Ad esempio la posizione depressiva (così come la mentalizzazione) è maggiormente raggiungibile in situazioni sicure, dove la vulnerabilità può uscire allo scoperto. La posizione schizoparanoide (così come l’inibizione della mentalizzazione), insieme alle sue difese tipiche, emerge negli stati di intensa attivazione.

Nella letteratura kleiniana i mutamenti qualitativi del pensiero sono stati largamente affrontati anche da altri autori. La Segal, ad esempio, afferma che affinché il processo di simbolizzazione possa giungere a compimento è necessario acquisire il funzionamento tipico della posizione depressiva (Segal, 1978). Anche il concetto di equazione simbolica della Segal può essere accostato, anche se non sovrapposto, a quello dell’equivalenza psichica: in effetti Fonagy ha ben spiegato come il bambino al di sotto dei quattro anni, sebbene in grado di simbolizzare, non sia  in grado di concepire la rappresentazione del pensiero (Target, et al., 1996), cioè quella che Freud chiama la rappresentazione di parola accostandola alla rappresentazione di cosa (Freud, 1915b). Quest’ultima invece, per la Segal, nell’equazione simbolica diventa identica alla rappresentazione di parola.

Vi sono pochi dubbi sul fatto che le formulazioni di Fonagy sulla mentalizzazione derivino soprattutto da quelle fatte precedentemente da Bion e Winnicott. Bion vede la capacità di pensare come dipendente dalla capacità di rêverie o contenimento della madre (Bion, 1965). Il senso del Sé del bambino, la sua sicurezza e la sua capacità di pensiero quindi dipendono dalla capacità del genitore di rispecchiare accuratamente gli stati mentali dell’infante. Bion delinea la trasformazione (funzione alfa) di eventi interni sperimentati come concreti (elementi beta) in esperienze tollerabili e pensabili (elementi alfa). È esattamente ciò che avviene grazie alla funzione riflessiva del caregiver descritta da Fonagy, in cui il bambino, grazie al rispecchiamento empatico del caregiver, gradualmente internalizza non solo delle rappresentazioni ma, con l’andar del tempo, anche la funzione. Anche per Bion il pensiero, che emerge come risposta alla frustrazione, ha il compito di mantenere l’equilibrio affettivo [(Bion, 1962), (Bion, 1967)]. Bion inoltre, in linea con il modello di Fonagy, pone l’accento proprio sui processi interattivi intersoggettivi che consentono la nascita e l’evoluzione del pensiero.

Opere citate

Bion W.R. A Theory of thinking // International Journal of Psycho-Analysis. – 1962. – Vol. 43. – p. 306-310. – Tr. it.: “Una teoria del pensiero” in “Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico”. Roma, Armando (1970).

Bion W.R. Second Thoughts. – New York : Aronson, 1967. – Tr. it.: “Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico”. Roma, Armando (1970).

Bion W.R. Transformations. – London : Heinemann, 1965. – Tr. it.: “Trasformazioni”. Roma, Armando (1973).

Ferenczi S. The Clinical Diary of Sándor Ferenczi / a cura di Dupont J.. – 1932. – Tr. it. in: “Fondamenti di psicoanalisi”. Rimini, Guaraldi (1978).

Fonagy P. Attachment theory and Psychoanalysis. – London : Other Press, 2001. – Tr. it.: “Psicoanalisi e teoria dell’attaccamento”. Milano, Cortina (2002).

Freud A. The ego and the mechanisms of defense. – New York : International Universities Press, 1936. – Tr. it.: “L’Io e i meccanismi di difesa”. Torino, Bollati Boringhieri (1978).

Freud S. Precisazioni sui due principi dell’accadere psichico. OSF, 6, 1911.

Klein M. A contribution to the pathogenesis of manic-depressive states // Internationa Journal of Psycho-Analysis. – 1935. – 16. – p. 145-174.

Segal H. On symbolism // International Journal of Psycho-Analysis. – 1978. – 59. – p. 315-319.