Lo sviluppo della realtà psichica – Parte 3/3

Il fallimento dell’integrazione tra la due modalità psichiche

di Luca Mazzotta

L’integrazione delle due modalità psichiche dell’equivalenza e del far finta rende possibile al bambino vedere i propri sentimenti, e quelli degli altri, “solo” come sentimenti invece che come cose spaventosamente reali.

Non sempre però questa integrazione può avvenire. Per un bambino con attaccamento disorganizzato, ad esempio, non è possibile trovare nella mente del caregiver una coerente rappresentazione dei propri stati mentali e quindi si trova costretto a fare esperienza di una “parte aliena” all’interno della propria rappresentazione del Sé. Questa presenza può essere così insopportabile che il comportamento di attaccamento è concentrato esclusivamente nel cercare di esternalizzare (proiettivamente) quelle parti del Sé sulle figure di attaccamento. Non è dunque possibile internalizzare una capacità di contenimento.

Il fallimento dell’integrazione delle due modalità ha una valenza clinica molto forte. La mancanza o inadeguatezza di un caregiver in grado di restituire in modo coerente (anche all’interno del gioco condiviso) gli stati psichici del bambino costringe il bambino a permanere in una modalità psichica duale in cui, da un lato non vi è separazione tra realtà interna e realtà esterna, dall’altro la modalità del far finta continua ad essere disponibile come estrema modalità difensiva nei confronti di una realtà pervasiva ed opprimente.

Il persistere della modalità dell’equivalenza psichica porta, ad esempio, ad avere esperienze psichiche che possono arrivare ad essere eccessivamente reali (ad esempio flashback intrusivi e violenti legati a situazioni spiacevoli o anche a stati d’animo la cui origine è essenzialmente interna), ad una marcata intolleranza verso visioni o prospettive differenti dalla propria (“se temo che tu abbia tenuto chiusa la porta perché mi vuoi respingere, allora mi vuoi davvero respingere!”), ad avere percezioni negative di sé fin troppo reali (“se temo di essere stato poco gentile, allora sono davvero cattivo”). La prevalenza della modalità dell’equivalenza psichica, inoltre, può rendere difficile pensare ad esperienze emotivamente cariche di affetti negativi, semplicemente perché il ripensarle significherebbe necessariamente riviverle.

Dall’altro lato la disponibilità della modalità del far finta come modalità scissa e indipendente dalla realtà porta ad una scissione delle funzioni dell’Io, in modo che in conseguenza di un trauma, ad esempio, si verifichi una dissociazione con un conseguente “senso di vuoto”. Allo stesso modo, durante un trattamento psicoterapeutico, si possono osservare frasi sconnesse relative agli affetti ed ai pensieri, la presenza contemporanea di credenze contraddittorie e un frequente isolamento degli affetti dai pensieri espressi verbalmente.

È da considerare anche la possibilità che la capacità di mentalizzare, in soggetti vulnerabili, possa essere inibita, temporaneamente o per periodi lunghi, come conseguenza (difensiva) di conflitti interpersonali, situazioni emotivamente sovrastanti o traumi: ciò porterebbe comunque al riemergere di forme di pensiero non mentalizzanti (cioè alla riproposizione della dualità dell’equivalenza psichica e della modalità del far finta).

A volte l’apparente mancanza della capacità di mentalizzare può essere considerata una strategia adattiva usata dal bambino sottoposto a condizioni di deprivazione estrema: ciò può avvenire quando eventi traumatici provocati da un genitore spingono il bambino a ignorare difensivamente le sue percezioni relative a pensieri e sentimenti dell’oggetto primario, per lui intollerabili.

Altre volte, come durante l’adolescenza, una regressione alle due modalità scisse di pensiero è ipotizzabile come conseguenza della forte spinta pulsionale che tende a riattivarsi in quella particolare età: i desideri sessuali possono imporsi prepotentemente alla mente dell’adolescente, che così risperimenterebbe la modalità dell’equivalenza psichica. L’accesso ad un pensiero formale più evoluto, contemporaneamente, fornirebbe una modalità difensiva simile alla modalità del far finta, con la quale l’adolescente è portato a trasformare la realtà in pensiero astratto, slegato dalla realtà esterna. In pratica è ciò che accade attraverso l’intellettualizzazione, una delle difese psichiche tipiche dell’adolescenza.

Per alcuni autori il classico breakdown psicopatologico dell’adolescenza ha origine da disturbi evolutivi pregressi ed in particolare da un non adeguato consolidamento della capacità simbolica e mentalizzante. L’ingresso nello stadio operatorio formale comporta per l’adolescente il compito di integrare un insieme molto più complicato di pensieri circa i sentimenti e le motivazioni di sé e dell’altro, anche a causa dell’intensificazione delle sensazioni sessuali ma senza che queste siano la causa determinante del breakdown. Il compito primario per l’adolescente sarebbe quello della pressione (sociale, più che dettata dalla tempesta ormonale) alla separazione dai genitori, sia esterni che da quelli rappresentati internamente, cui i giovani si sentono sottoposti:

la maggiore separazione dell’adolescenza significa che il sé alieno, o la madre simbiotica, non possono essere più esternalizzati nell’interazione con il caregiver. […] Fino a che non è possibile trovare un partner, l’esternalizzazione non può avvenire, e gli adolescenti, il cui sé alieno non può essere altrimenti integrato, sperimentano un’enorme pressione” (P. Fonagy, G. Gergely, E.L. Jurist, M. Target: Affect Regulation, Mentalization, and the Development of the Self  – London, Other Press, 2002. – Trad. it.: “Regolazione affettiva, mentalizzazione e sviluppo del Sé”. Milano, Cortina, 2008).

La separatezza implica la capacità di riconoscere sia la differenza che la similarità, anche se:

“La sfida all’identità in adolescenza deriva dall’accettare non tanto la differenza, ma la similarità” (P. Fonagy et al.; cit.).

L’adolescente sicuro non ha problemi nel tollerare la separazione fisica mentre un adolescente che ha la necessità di proiettare le parti del sé aliene, ha la necessità della vicinanza fisica del genitore, che deve necessariamente sentire differente da sé. Se il genitore è sentito come differente, allora significa che la proiezione delle parti di sé aliene è andata a buon fine. Una separazione, però, espone il giovane al pericolo del “ritorno” delle parti proiettate: egli quindi tenderebbe a rispondere difensivamente alla spinta alla separazione con una esagerata rivendicazione della propria differenza dal genitore.

La maggiore separatezza fisica, però, è solo uno dei fattori critici in adolescenza; l’altro fattore critico, ancor più importante, è dato dal raggiungimento della capacità di pensiero astratto, che fa assumere alla comprensione e all’espressione dell’affettività una nuova dimensione e molti nuovi significati, spesso in grado di condurre all’angoscia. L’adolescente può, in conseguenza dell’angoscia sperimentata, regredire ed indebolire o nei casi più gravi inibire del tutto la sua capacità di mentalizzare.