Il trauma, visto come un’esperienza sovrastante contro la quale le difese dell’Io risultano inadeguate, ha un ruolo cruciale nel disturbo borderline poiché può impedire l’integrazione delle due modalità di funzionamento psichico: quella dell’equivalenza psichica e quella del far finta (Fonagy, et al., 2000). L’abuso, ad esempio, da un lato rinforza la modalità dell’equivalenza psichica perché costringe il bambino a disinteressarsi e a diffidare di qualsiasi situazione giocosa, vista come minacciante. Il bambino tenderà inoltre a diffidare dell’esperienza interna in generale, poiché il mondo interno dell’oggetto (abusante) è per lui incomprensibile e terrificante. D’altro canto l’abuso rinforza la modalità del far finta come unica modalità difensiva per interrompere la disturbante connessione tra i suoi stati interni e la realtà esterna, intollerabile e incomprensibile. In questo modo l’accesso alla mentalizzazione è impedito in quanto, per il bambino, può non esistere altro modo di proteggersi se non quello di imparare a temere le menti (false e menzognere) ed a tenersene lontano.

Il ruolo del trauma, tuttavia, ha un ruolo maggiore soprattutto nei soggetti che, a causa di un inadeguato rispecchiamento precoce e di un attaccamento disorganizzato, risultano più vulnerabili a esperienze particolarmente stressanti.

L’assenza di mentalizzazione, quindi, non deve essere necessariamente considerata come un deficit, ma può anche essere considerato come il miglior adattamento possibile per quel particolare bambino con la sua particolare storia evolutiva: un adattamento, ad esempio, che gli ha permesso di prendere le distanze da una situazione gravemente traumatica e psichicamente sovrastante le sue capacità.

I disturbi borderline sono pervasivamente caratterizzati dalla pressante necessità di riesternalizzare il Sé alieno: abbiamo visto che quando il bambino non ha l’opportunità di sviluppare una rappresentazione coerente del Sé mediante il rispecchiamento materno, egli finisca con l’internalizzare l’immagine non congruente del caregiver (e non la sua “rispecchiata”) come una parte della rappresentazione del Sé (Winnicott, 1956). Questa discontinuità nel Sé è stata definita da Fonagy come “sé alieno” (Fonagy, et al., 2007). Il comportamento ipercontrollante dei bambini con storia di attaccamento disorganizzato può essere letto come la persistenza di una modalità difensiva analoga all’identificazione proiettiva, in cui l’esperienza dell’incoerenza nel Sé è mitigata attraverso l’esternalizzazione del sé alieno nell’altro. La caratteristica più distruttiva dell’organizzazione borderline è infatti l’evidente ed inarrestabile tendenza a creare una inaccettabile esperienza nell’altro. L’esternalizzazione del sé alieno è certamente un meccanismo adattivo per il bambino con un attaccamento disorganizzato: in questo modo egli può cercare di riguadagnare una coerenza del Sé (o di eliminarne l’incoerenza mediante l’esternalizzazione delle parti “intruse”).

Comprendere questo processo è molto importante da un punto di vista clinico poiché, a differenza di quanto avviene nelle nevrosi, la proiezione non è più motivata dalle pressioni del Super-io, ma dal bisogno più arcaico di stabilire una continuità di base nell’esperienza del Sé (Fonagy, et al., 2000).

L’esternalizzazione del sé alieno diventa però un problema di vita o di morte per un individuo che ha subito un trauma ed ha finito con l’internalizzare l’abusante come parte del sé: egli avrà la necessità di “mettere” in un’altra persona le parti aliene del Sé per mezzo dell’identificazione proiettiva. In questo modo le parti di sé persecutorie vengono sperimentate come cose che sono fuori, nell’altro: paradossalmente però, a questo punto sarà l’altro che avrà il controllo di quelle parti del Sé che sono predisposte proprio per distruggere il Sé, creando così una dipendenza di tipo masochistico dall’oggetto (infatti perché l’esternalizzazione sia possibile è necessaria la presenza dell’oggetto; tale vicinanza, in assenza di una adeguata capacità rappresentazionale, deve essere intesa soprattutto in senso fisico, reale). L’insopportabile esperienza emotiva può includere quindi sentimenti di abbandono, cattiveria, incomprensione, vittimizzazione e inferiorità [(Bradley, et al., 2005); (Zanarini, et al., 2003); (Zittel Conklin, et al., 2005)].

L’esternalizzazione di questi stati interni è universalmente riconosciuta anche attraverso la reazione controtransferale del terapeuta che lavora con pazienti borderline: rabbia e odio, senso di inutilità, paura e preoccupazione, risentimento o il sentire di dover salvare il paziente a tutti i costi difendendolo da un pericolo immediato, sono tra i sentimenti più frequentemente osservati.

L’unica alternativa all’identificazione proiettiva sarebbe quella di ottenere sollievo tramite esperienze emotive estreme quali la “distruzione fisica del sé” ad esempio mediante autoaggressioni: in questo modo il sé alieno potrebbe essere attaccato e distrutto (fisicamente, data l’equivalenza interno-esterno). Questi agiti autolesivi possono inoltre servire a creare, secondariamente, un terrificante sé alieno nell’altro – terapeuta, amici, parenti – che diventano così il mezzo ed il ricettacolo per ciò che è emotivamente insopportabile per il borderline.

Resta da aggiungere che sarebbe errato vedere la presenza di un sé alieno solo nelle organizzazioni borderline. Per quanto possa essere sensibile, nessun caregiver riuscirà a rispecchiare al bambino sempre e costantemente in maniera congruente lo stato del Sé; da ciò deriva che le parti aliene del Sé esistono in tutti (Allen, et al., 2006) e la piena coerenza del Sé è qualcosa di illusorio (nel senso mentale del termine). Ciò che fa la differenza è che, nelle organizzazioni borderline, questa illusione non può essere mantenuta in vita: è l’acquisizione della capacità di mentalizzare che impedisce di regredire a funzionamenti psichici più primitivi e di far emergere frammenti alieni della struttura del Sé.

L’acquisire o il recuperare una efficace capacità di mentalizzazione è particolarmente utile nei casi in cui le persone abbiano subito un trauma. La mentalizzazione degli eventi spiacevoli può infatti moderare non poco le conseguenze psicosociali negative del trauma. La capacità di mentalizzare fornisce la capacità di tenere a freno modalità di funzionamento primitivo, il cui riemergere può avere effetti avversi, in particolare nelle relazioni interpersonali significative. Chi ha potuto beneficiare di un rispecchiamento adeguato e di un attaccamento sicuro, grazie alla capacità del mentalizzare, non sarà costretto, come unica alternativa difensiva, a “funzionare” con modalità di pensiero arcaiche.

Opere citate

Allen J.G. e Fonagy P. Mentalization-Based Treatment / a cura di Fonagy P. e Allen J.G.. – Chichester : John Wiley & Sons, 2006. – Tr. it.: La mentalizzazione. Psicopatologia e trattamento. Bologna, Il Mulino (2008).

Bradley R. e Westen D. The psychodynamics of borderline personality disorder: a view from developmental psychopathology // Developmental Psychopathology. – 2005. – 17. – p. 927-957.

Fonagy P. e Bateman A.W. Mentalizing and borderline personality disorder // Journal of Mental Health. – 2007. – 16. – p. 83-101.

Fonagy P. e Target M. Playing with reality: III. The persistence of dual psychic reality in borderline patients // International Journal of Psycho-Analysis. – 2000. – 81. – p. 853-873. – Tr. it.: in “Attaccamento e funzione riflessiva”. Milano, Cortina (2001).

Winnicott D.W. Mirror role of mother and family in child development // Playing and Reality. – London : Tavistock, 1956. – Tr. it.: in “Gioco e realtà”. Roma, Armando (1974).

Zanarini M. C. [et al.] The longitudinal course of borderline psychopathology: 6-year prospective follow-up of the phenomenology of borderline personality disorder // American Journal of Psychiatry. – 2003. – 160. – p. 274-283.

Zittel Conklin C. e Westen D. Borderline personality disorder in clinical practice // American Journal of Psychiatry. – 2005. – 162. – p. 867-875.