di Luca Mazzotta

Negli ultimi anni si è assistito ad un crescente utilizzo dei metodi di visualizzazione cerebrale non invasivi per scopi di ricerca. Il più diffuso attualmente è la risonanza magnetica funzionale (functional magnetic resonance imaging, fMRI) che determina il flusso ematico nel cervello (e dunque la presenza di attività cerebrale in una determinata area) sfruttando le proprietà magnetiche dovute all’ossigenazione del sangue (in particolare dell’emoglobina).

Tralasciando ogni aspetto dualistico mente-cervello, è possibile affermare che molte delle scoperte ottenute grazie ai nuovi metodi di visualizzazione “in vivo” sono in grado di confermare alcune teorie proprie della psicologia cognitivista, di confutarne altre oppure di aprire nuovi orizzonti di ricerca. Non solo. Alcuni aspetti della mente che finora non avevano potuto beneficiare di conferme “empiriche” sono stati portati alla luce proprio dalle ricerche effettuate nell’ambito delle neuroscienze: ad esempio si è arrivati ad individuare i correlati fisiologici di strutture psichiche quali il conscio e l’inconscio o di processi descritti dalla psicoanalisi come il “processo primario”.

[1]

Per quanto riguarda i processi decisionali è oramai assodato che la maggior parte dei processi mentali sono “automatici” e spesso non accompagnati dalla consapevolezza. Le persone dunque non possono controllare tali processi volontariamente e, poiché si tratta di sistemi ereditati dal processo evolutivo, spesso il comportamento da essi prodotto non corrisponde a quello previsto da criteri logici o inferenziali (e dunque non può essere adeguatamente rappresentato dai modelli logico-matematici). E’ stato argomentato che il 95% delle azioni umane sarebbe determinato in modo inconsapevole, relegando ad un “misero” 5% la parte di attività di si abbia consapevolezza e che si sia in grado di spiegare[2]. Inoltre il comportamento umano è molto più influenzato dai sistemi affettivi di quanto si sia disposti ad ammettere. Lungi dall’essere limitati soltanto ad alcuni aspetti della vita, questi sistemi affettivi interagiscono continuamente e pervasivamente con la totalità della propria persona, spesso portando ad assumere delle decisioni che, solo successivamente vengono giustificate (quando è possibile) utilizzando argomentazioni logico-deduttive[3]. Se il mondo “interno” è rimasto a lungo al di fuori delle scienze naturali, oggi è possibile farlo rientrare con grande vantaggio per molte discipline. Non si tratta, infatti, di localizzare le aree del cervello coinvolte in determinate attività, quanto di individuare i principi secondo cui l’attività del cervello stesso è organizzata: in questo modo si potrà far luce su cosa effettivamente c’è dietro alla presa di decisione.

A questo scopo è utile servirsi della doppia distinzione tra processi automatici e controllati proposta da Schneider e Shiffrin[4] e di quella tra cognizione e affetto proposta da Damasio[5], così come illustrato da Camerer et alii[6].

Tabella 1

I quadranti dei processi mentali (adattato da Camerer et alii, 2004)

Cognizione

Affetto

Processi controllati

seriali

percezione di sforzo

attivati intenzionalmente

facile accesso introspettivo

I

II

Processi automatici

paralleli

senza percezione di sforzo

reflexive

nessun accesso introspettivo

III

IV

 

I processi controllati sono scomponibili in una serie di piccoli “passaggi“ (seriali), sono accompagnati dalla sensazione di sforzo connessa alla loro attivazione, sono attivati deliberatamente dal soggetto quando si imbatte in una situazione che richiede un certo tipo di risposta e spesso è possibile riferire sul loro modo di operare (conoscenza metacognitiva).

I processi automatici, invece, al contrario di quelli controllati, operano in parallelo (si pensi ad esempio all’elaborazione visiva), non si ha la sensazione di operare uno sforzo quando sono in funzione, si attivano prima che lo stimolo divenga consapevole (e dunque non dipendono dalla volontà) ed infine il loro funzionamento non è accessibile mediante introspezione.

I processi cognitivi sono quei processi che affrontano i problemi nella forma “vero/falso” e che di solito non sono accompagnati dalla tendenza all’azione ma alla rappresentazione della realtà circostante.

I processi affettivi, infine, sono quei processi mediante i quali si sviluppa la tendenza all’azione. Gli affetti possono essere visti come la risultante dello scarto tra lo stato percepito e quello desiderato o temuto. L’affetto, a sua volta, motiva il comportamento[7]. Sebbene ogni affetto porti con sé la “tendenza all’azione” (come la rabbia porta all’aggressione, la paura alla fuga), in realtà, nella maggior parte dei casi, l’affetto opera al di sotto della soglia della consapevolezza. L’affetto inoltre comprende non solo le emozioni ma anche stati pulsionali molto più vicini a stati che saremmo propensi definire “fisiologici”, come la sete, la fame, il desiderio sessuale[8].

Se partiamo dal presupposto che le azioni finalizzate sono, in ultima analisi, motivate dal compito di soddisfare i propri bisogni “interni” nel mondo esterno, la funzione della coscienza allora è quella di contribuire in modo determinante a uno svolgimento del compito che sia efficace ed in grado di raggiungere lo scopo. Ma se la percezione del mondo esterno ha a che fare con la cognizione, ed ha la funzione di informarci circa i mezzi che abbiamo a disposizione per raggiungere i nostri obiettivi, dobbiamo rivolgere il nostro sguardo per un attimo a quella che è la percezione del mondo interno, che ci informa dei nostri bisogni.

E’ qui che entrano in gioco quelle che chiamiamo emozioni. Secondo i più recenti sviluppi della ricerca neurofisiologica[9], le emozioni sono una modalità sensoriale rivolta verso l’interno, la cui funzione è quella di fornirci informazioni circa il nostro “stato”. Si tratterebbe di una specie di “sesto senso” rivolto all’interno invece che all’esterno. Le emozioni, da un punto di vista prettamente neurofisiologico, riflettono quei cambiamenti nel nostro corpo che non sono comunicati esclusivamente attraverso degli specifici canali di elaborazione dell’informazione, ma che vengono veicolati attraverso meccanismi meno sofisticati come il trasporto chimico attraverso la corrente ematica o attraverso la circolazione del fluido cerebrospinale[10]. Vi sono pertanto delle strutture di monitoraggio somatico deputate a raccogliere tali segnali, il cui output si diffonde ampiamente e diffusamente attraverso tutto il prosencefalo esercitando la propria azione anche sui canali “classici” di elaborazione dell’informazione. Molte delle strutture da cui si generano le emozioni coincidono con quelle che producono il nostro stato di coscienza[11] e sono strutture filogeneticamente molto antiche: si tratta delle regioni mediali e superiori del tronco encefalico e includono l’ipotalamo, l’area tegmentale ventrale, il grigio periacqueduttale, i nuclei del rafe, il locus coeruleus e la formazione reticolare. Tutte queste strutture sono coinvolte nel monitoraggio delle informazioni viscerali, che, se percepite, vengono registrate come “sentimenti” (tipica è l’espressione che usiamo: “mi sento…male, stanco, affranto, angosciato”). In particolare il grigio periacqueduttale è suddiviso grosso modo in due zone, quella dorsale, che genera sensazioni “spiacevoli”, e quella ventrale che genera sensazioni “piacevoli”[12]. Inoltre, vicino all’area tegmentale ventrale vi sono delle regioni del cervello (il tegmento dorsale e il tetto) che ricevono input da tutte le modalità sensomotorie: in sostanza si tratta di un’area che riunisce l’intera persona, quella muscolo-scheletrica e quella viscerale e che conferisce alla parte che genera le emozioni un accesso diretto all’azione.

 grigio periacqueduttale (orizzontale)   grigio periacqueduttale (sagittale)   

Figura 1 – Grigio periacqueduttale (sez. sagittale e sez. orizzontale)

 

Non sempre, però, l’emozione si traduce in azione. Ed in effetti, dal punto di vista filogenetico, tra emozioni ed azione si inserisce una struttura più evoluta: il prosencefalo, con la sua porzione più squisitamente umana, i lobi frontali. Si tratta di un sistema che potremmo definire “inibitorio”, localizzato in particolar modo nelle aree frontali ventromediale e orbitale. L’entità dello sviluppo del lobo frontale è il fattore che distingue gli umani dalla maggior parte degli altri mammiferi ed è anche quello che differenzia maggiormente gli adulti dai bambini[13]. Una funzione fondamentale di tale struttura è quella di inibire l’associazione diretta emozione-azione, dando così la possibilità di costruire associazioni, ricordare e pianificare una risposta[14].

Ritornando dunque alla suddivisione dei processi psichici illustrata in precedenza, possiamo riassumere dicendo che il primo quadrante (cognitivo-controllato) è quello tipicamente coinvolto nella soluzione di un calcolo matematico; il secondo (affettivo-controllato) è molto raro e potrebbe essere coinvolto nella rievocazione cosciente di stati emozionali passati[15]; il terzo (cognitivo-automatico) è coinvolto nell’intuito di un portiere di calcio impegnato a respingere un tiro scagliatogli contro da poco più di un metro; il quarto (emotivo-automatico) infine è coinvolto nella reazione emotiva ad uno spavento improvviso. E’ ovvio che tutti questi sistemi siano interconnessi, operino spesso in parallelo, a volte si inibiscano l’un l’altro, mostrino un certo grado di specializzazione ed in qualche modo siano associati a diverse aree cerebrali, sebbene nessuno di essi potrebbe operare efficacemente senza l’ausilio degli altri.

Le aree coinvolte nell’attività cognitiva automatica (quadrante III) sono principalmente la zona occipitale, parietale e temporale del prosencefalo. Molte risposte affettive automatiche invece coinvolgono l’amigdala ed il sistema limbico. La maggior parte delle attività controllate, infine, chiamano in causa la corteccia prefrontale (aree esecutive), sebbene spesso sia coinvolto anche il giro del cingolo anteriore[16].

A questo punto è chiaro come il processo decisionale, inteso come decisione di agire in un determinato modo, in un determinato contesto, all’interno di un insieme di opzioni al fine di soddisfare un bisogno, coinvolga contemporaneamente sia i processi affettivi che quelli cognitivi, sia quelli controllati che quelli automatici.

La rappresentazione di un determinato contesto all’interno del quale agire chiama in causa prevalentemente il quadrante I e III, il bisogno da soddisfare chiama in causa i quadranti II e IV, la rappresentazioni delle opzioni all’interno delle quali scegliere coinvolge prevalentemente il quadrante I e IV.

Le neuroscienze, grazie al contributo delle tecniche di neuroimmagine funzionale, volgono sempre più lo sguardo sul contributo dei processi affettivi automatici che intervengono nella presa di decisione.


[1] Cfr. M. Solms, O. Turnbull, The Brain and the Inner World, 2002; trad. It.: Il cervello e il mondo interno. Introduzione alle neuroscienze dell’esperienza soggettiva, Milano, Cortina 2004.

[2] J.A. Bargh, T.L. Chartrand, The unbearable automaticity of being, American Psychologist, 54, 1999.

[3] G. Wolford, M.B. Miller, M. Gazzaniga, The left hemisphere’s role in hypothesis formation, Journal of Neuroscience, 20, 2000.

[4] W. Schneider, R.M. Shriffin, Controlled and automatic human information processing: Detection, search and attention, Psychological Review, 84, 1, 1977.

[5] A. Damasio, Descartes’ Error: Emotion, Reason and the Human Brain, 1995; trad. it. L’errore di Cartesio: emozione, ragione e cervello umano, Milano, Adelphi 1995.

[6] C. Camerer, G. Loewenstein, D. Prelec, Neuroeconomia, ovvero come le neuroscienze possono dare nuova forma all’economia, Sistemi Intelligenti, 3, 2004.

[7] Si veda ad esempio D. Westen, Towards a clinically and empirically sound theory of motivation, International Journal of Psychoanalysis, 78, 3, 1997.

[8] Anche se non del tutto correttamente poiché, se ad esempio possiamo definire la fame come il correlato psicologico di una alterazione omeostatica dell’organismo, dovremmo sempre essere in grado di riconoscere che la stessa fame può anche non originare da alcuna reale esigenza dell’organismo stesso ed avere una sua origine esclusivamente psichica.

[9] Si veda M. Solms, O. Turnbull, cit. (2004).

[10] Vi sono anche delle vie somato-sensitive che “trasportano” gli stimoli provenienti dagli organi interni (ad esempio quelle che veicolano il tipico dolore addominale), ma queste rappresentano solo una parte delle informazioni relative allo stato dei nostri organi.

[11] In questo caso per coscienza si intende la cosiddetta coscienza “nucleare” e non la coscienza estesa, ovvero l’essere coscienti di essere coscienti; un’emozione può essere “percepita” ma non per questo deve essere consapevole, al pari delle immagini subliminali. La coscienza nucleare potrebbe essere definita come la “sensazione di essere vivi” e dovrebbe pertanto essere distinta dalla consapevolezza.

[12] Sebbene il grigio periacqueduttale svolga un ruolo importante anche nella sensazione dolorosa, la sensazione spiacevole non è necessariamente associata a questa (si pensi ad esempio al masochismo).

[13] Sviluppandosi rapidamente durante i primi anni di vita e mantenendo un rapido tasso di sviluppo fino alla tarda adolescenza.

[14] D’altro canto la capacità di sopportare l’ansia, intesa come emozione che scaturisce dal mancato soddisfacimento immediato di un bisogno, e la capacità di pianificare, possono essere viste come due facce della stessa medaglia.

[15] E’ sicuramente usato dagli attori che adottano il metodo Stanislavsky, rievocando precedenti esperienze emotive durante la rappresentazione.

[16] In particolar modo nella risoluzione dei conflitti, visto che riceve afferente da molte aree e che risulta coinvolto quando si deve decidere se accettare o meno un’offerta; cfr. A.G. Sanfey, J.K. Rilling, J.A. Aaronson, L.E. Nystrom, J.D. Cohen, The neural basis of economic decision-making in the ultimatum game, Science, 300, 2003.